CHI SIAMO

UPV è un movimento politico-culturale che ha l’obiettivo di creare una sintesi tra ideali socialisti, difesa dell’Identità Nazionale Veneta e lotta per l’autodeterminazione dei Territori Veneti. Il nostro scopo è diffondere il Venetismo nella sinistra e la sinistra nel Venetismo, in modo da portare alla costituzione di una SINISTRA VENETA INDIPENDENTISTA E IDENTITARIA.

giovedì 13 settembre 2012

AUTODETERMINAZIONE DALLE PROPRIE PAURE


Si parla sempre di più di autodeterminazione, ma la prima liberazione deve essere personale, ogni veneto deve liberarsi dalle proprie paure. Paure che ci sono state sapientemente inculcate dal potere statale, il quale nel corso dei decenni ha costruito un ambiente di ansia e diffidenza diffusi, una so­cietà ultra-individualista dove le persone sono schiave della solitudine e dell’egoismo, dove ogni forma di socializzazione non controllata è vista come una minaccia allo ‘status quo’. Una società che si basa non sul ri­spetto ma sul timore, una società fatta non di persone ma di impauriti co­dici fiscali.
Il timore assoluto nei confronti dell’autorità, il terrore degli apparati re­pressivi dello stato, la paura di perdere quel poco che si ha, il sacro terrore di mettere in discussione i dogmi nazionalistici che ci hanno infilato in te­sta fin dalle elementari, la repulsione nei confronti di tutto ciò che può mettere in discussione la nostra piccola, fragile, instabile tranquillità e, in­fine, l’enorme difficoltà nel confrontarsi con l’esterno, nel mettere la testa fuori dal guscio, nel rendersi conto che il mondo non è ‘IO’, ma ‘NOI’.
Tutte queste fobie devono essere spazzate via, dobbiamo autodeterminarci dal nostro lato pavido e oscuro, se vogliamo liberare la nostra terra e le no­stre vite dal giogo del gigantesco e moribondo pachiderma chiamato stato italiano.
Un popolo determinato, consapevole e coeso non può essere fermato, ne dai carabinieri, ne dai magistrati, ne dall’esercito di uno stato in declino e guidato da una classe dirigente priva di ogni credibilità.
L’alternativa all’autodeterminazione dei veneti e delle Venetie è sempli­cemente seguire lo stato italiano nell’abisso e perdere diritti, beni e dignità, nonché costringere le prossime generazioni a un futuro di umiliazione e degrado economico, sociale e morale.
Questo sarà il prezzo delle nostre paure!

giovedì 12 luglio 2012

La violenza come base di ogni diritto


L’Europa si è liberata dal nazismo attraverso una guerra, l’Irlanda ha gettato i semi della propria in­dipendenza per mezzo della rivolta armata del 1916, i sindacati hanno ottenuto lo Statuto dei Lavo­ratori dopo scioperi ed occupazioni di fabbriche, sempre più spesso comitati ed associazioni trovano ascolto solo bloccando i lavori di commissioni e consigli comunali, gli studenti promuovono le loro istanze occupando scuole ed università. 
Dai grandi eventi della storia alle questioni quotidiane, la realtà ci insegna che gli atti di forza risolvono molte più situazioni rispetto al semplice dialogo. E ‘Forza’ non è che un sinonimo decisamente più accettabile del termine ‘Violenza’, un termine che spaventa, ma che permea i rapporti tra esseri umani fin dall’inizio dei tempi, infatti ogni tipo società si basa da sempre su rapporti di forza. Prendiamo ad esempio la moribonda repubblica italiana, i rapporti tra maggioranza e opposizione, tra impresa e lavoratori, tra stato e cittadini non si basano forse sulla forza? 
Quando il governo impone la fiducia evitando il dibattito in parlamento, quando la Fiat vieta l’assunzione di lavoratori appartenenti alla Fiom, quando lo stato eleva la tassazione fino a togliere la possibilità di una vita decente a centinaia di migliaia di famiglie, non si tratta forse di atti violenti?  E per contro, quando i lavoratori bloccano la produzione, quando una famiglia occupa una casa, quando viene bloccata una stazione o un’autostrada, non si tratta forse di una dimostra­zione di forza? Da sempre i diritti, su tutti quello di esistere, si acquisiscono con la forza e con la forza si difendono, chi parla di lotta e diritti e allo stesso tempo blatera di rifiuto della violenza e ri­spetto della legalità o è un idiota o, più probabilmente, è in malafede. Come ci si può impegnare in una prova di forza rifiutando l’uso della stessa? Come si può tener testa ad uno stato iniquo ed arro­gante rispettando le sue leggi?
Pacifisti, nonviolenti e legalitari sono nemici del cambiamento! Pacifisti, nonviolenti e legalitari sono nemici del popolo, soprattutto di quello veneto!
Il popolo non va educato alla non-violenza, il popolo va invece educato all’uso della forza, matrice di ogni diritto e fonte di ogni autorità!

mercoledì 11 aprile 2012

LA CONSAPEVOLEZZA È UN’ARMA

Come molti altri veneti il primo fine settimana di settembre ero a Cittadella per la no­stra Festa. Lì, nonostante il tempo perfido e i patetici tentativi di boicottaggio da parte di gruppuscoli nazionalisti italiani, ho trovato una moltitudine di realtà, a volte molto diverse tra loro. In nessun altro posto, tranne forse la gradinata di uno stadio, avreb­bero potuto convivere tendenze politiche e culturali così eterogenee, per questo mo­tivo mi sono chiesto: Perché siamo qui? Siamo andati a Cittadella per fare ‘festa’? Si, certo. Ci siamo andati per vedere l’alzabandiera? Anche. Eravamo lì per fare un di­spetto alla destra nazionalista e alla sinistra non meno sciovinista e antiveneta, tanto che spesso non si riesce a distiguerle? Sicuramente si! Ma alla fine mi sono convinto che la risposta esatta era: Siamo qui per acquisire consapevolezza. Perché la consape­volezza è un’arma! La consapevolezza della propria situazione ha come diretta con­seguenza il raggiungimento della determinazione necessaria a cambiarla, perché senza determinazione non c’è lotta, una persona determinata può vincere anche le battaglie più difficili, un popolo determinato può fare qualsiasi cosa, magari anche la rivoluzione!
Prima di tutto bisogna sapere di essere un popolo, e qui la strada si fa in sa­lita. Da 150 anni, infatti, le istituzioni dello stato italiano stanno operando un sistematico tentativo di livellamento culturale in tutto lo stivale: per creare ciò che non c’è mai stato ci in­segnano che esiste una ‘nazione’ Italia, un ‘popolo’ italiano, una ‘identità’ italiana. Tutte stronzate! Esiste una Repubblica Italiana che non è mai stata e non sarà mai una Nazione, perché sotto il suo tallone languono i POPOLI ITALIANI, ognuno con la sua cultura e la sua identità, forgiate in secoli storie diversissime tra loro. Basti pen­sare che solo nel nord convivevano una repubblica oligarchica (Venezia), una monar­chia liberale (i Savoia) e un ducato (Milano), se poi scendiamo verso sud tro­viamo altri granducati (Toscana ed Emilia) , una teocrazia (lo Stato Pontificio) e una monar­chia di stampo parafeudale (i Borbone). Anche a livello di influenze esterne la diffe­renza è abissale: se il nord est è sempre stato una cerniera tra popoli slavi, latini e germanici, il nord ovest ha risentito fortemente della vicinanza alla Francia, mentre il centro Italia ha subito la cristallizzazione socio-culturale tipica delle teocrazie. Nel sud, infine, la popolazione ha adottato la mentalità levantina tipica dei territori medi­terranei.
Noi dobbiamo acquisire quindi la consapevolezza che esiste un Popolo Veneto di­verso dagli altri, non superiore o inferiore, semplicemente ‘diverso’ per storia, cultura e lingua. Una storia che ci racconta di un popolo fiero e legato alla sua autonomia, conservata, unico territorio in Italia, anche in epoca romana. Una cultura raccontata da opere letterarie e teatrali, da poesie e canzoni, una cultura che ha affascinato per­sonaggi del calibro di Shakespeare. Una koinè linguistica che, nelle varie parlate, è diffusa dal Trentino alla Dalmazia. Esiste inoltre un territorio ben definito in cui i ve­neti hanno vissuto da 3000 anni a questa parte. Da sempre un popolo e il suo territo­rio vengono definiti ‘nazione’, esiste quindi una NAZIONE VENETA! Per questo eravamo a Cittadella.
Questa consapevolezza non va solo acquisita, va anche diffusa come un virus tra amici, colleghi di lavoro, familiari. Questa consapevolezza vale più dei fantomatici fucili di Bossi, più delle istituzioni repressive dello stato, più della retorica nazionali­sta legata alle cele­brazioni della finta unità d’Italia. Questa consapevolezza sarà l’arma con cui ci apri­remo la strada verso la libertà.

martedì 28 febbraio 2012

IL TERRITORIO APPARTIENE A CHI CI VIVE

Fino a qualche tempo fa la maggiorparte della gente non sapeva nemmeno dove fosse la Val di Susa, ma oggi, con le manifestazioni sempre più dure contro il passaggio del Treno ad Alta Velocità, questa valle è diventata un simbolo per tutti coloro che si battono in difesa del territorio. E non si tratta solamente di pur importanti rivendica­zioni ambientaliste, in gioco c’è soprattutto il diritto della popolazione a decidere come gestire la propria terra. In parole povere, la lotta dei valsusini contro la TAV è la lotta contro uno stato lontano e autoritario che vuole imporre la propria volontà ‘manu militari’.
Si è già detto molto sull’inutilità di un nuovo tracciato ferroviario in luogo di quello preesistente e sugli sprechi (ovvero la solita mangiatoia italiana) a cui si presterà l’opera, così come sono noti gli effetti disastrosi che avranno gli scavi dei tunnel at­traverso montagne nelle quali sono presenti in abbondanti quantità amianto e radon. Perciò preferiamo soffermarci sul significato civile di questa protesta. In Val di Susa si è mobilitata l’intera comunità, in strada sono scesi sindaci, famiglie, pensionati, la­voratori e studenti, tutti determinati a salvare la propria terra, anche a costo di sfidare gli apparati repressivi dello stato, ed è questo che spaventa l’establishment italiota. Questa è una ribellione che va al di là del luddismo dei cosidetti ‘black block’ e oltre la ricerca di visibilità da parte di gruppi più o meno antagonisti, in Piemonte è stato un popolo intero a mettere in discussione l’autorità dello stato. Un messaggio che, se raccolto anche altrove, potrebbe essere l’inizio della fine per il traballante baraccone tricolore e la sua arrogante ed ingorda classe dirigente, da qui si capisce la particolare attenzione che i sopracitati apparati repressivi pongono alla questione.

In Val di Susa si gioca una partita decisiva, se lo stato perde lì, perderà ovunque. Se passa nella valle, prima o poi toccherà a qualcun altro subire lo scempio del proprio territorio in nome dei ‘maggiori interessi nazionali’.
Ma in tutto questo bailamme che posizione hanno preso i verdi difensori dell’autodeterminazione, i celtici paladini del ‘paroni a caxa nostra’? Ebbene, i pa­dani, attraverso l’ex ministro dell’interno Maroni, hanno agito come il braccio armato del più bieco e autoritario centralismo statale, inviando frotte di poliziotti, carabinieri e finanzieri (italiani) per tenere a bada la legittima incazzatura della popolazione lo­cale.

Ma come? Per i valsusini non vale il ‘paroni a caxa nostra’? La Val di Susa non si trova forse nel tolkeniano Regno di Padania? Chi ha abbastanza buon senso può be­nissimo rispondersi da solo…
Per concludere, chiunque si ritenga realmente indipendentista o autonomista ha il do­vere di solidarizzare moralmente e fisicamente con la lotta anti Tav, voltarsi dall’altra parte o seguire come scimmie ammaestrate i deliri legalitari dei ras padani sarebbe puro autolesionismo

Unità Popolare Veneta
Comitato direttivo 

venerdì 17 febbraio 2012

FASCISMO E INDIPENDENTISMO, DUE MONDI INCONCILIABILI

Che fascismo e indipendentismo non “c’azzeccano”, come direbbe Di Pietro, do­vrebbe essere palese, ma essendo parte dell’italico stivale non bisogna dare nulla per scontato.
Prendiamo spunto da un episodio avvenuto di recente a Treviso, dove il solito prosin­daco Gentilini ha fatto da guest star in una cena organizzata da ex soci di Veneto Stato, espulsi dal partito alla fine del 2011. Qui il buon Genty si è lasciato andare alla consueta rivendicazione del suo profondo legame con gli ideali fascisti, non man­cando di rimpiangere manganelli e olio di ricino , fra risate e applausi degli astanti.
‘Dov’è la novità?’ Si chiederà qualcuno. Le idee nostalgiche del vegliardo italo-pa­dano sono note, cosi come la tendenza della Lega ad imbarcare gli scarti dell’estrema destra italiana. Quello che fa riflettere è il contesto, infatti gli organizzatori della cena, pur essendo stati cacciati da Veneto Stato, continuano a ritenersi membri attivi del partito, alcuni addirittura con cariche direttive. Quindi a tutti gli effetti indipen­dentisti!
A questo punto sarà opportuno ricordare ciò che i principali regimi fascisti hanno combinato in tema di autonomie territoriali.
Il fascismo italiano ha dato vita a sanguinose guerre coloniali contro i popoli africani non ancora succubi di altre potenze europee, ha poi raso al suolo le autonomie comu­nali, sostituendo i sindaci con podestà nominati dal regime. Inoltre Mussolini è an­dato più vicino di tutti  gli altri “statisti” italiani nell’impresa di livellare a zero le va­rie identità territoriali presenti nello stivale, omologando tutti i popoli alla dottrina fa­scista attraverso il famigerato Ministero della Cultura Popolare (Min.cul.pop).
Durante la sua permanenza al potere il nazismo tedesco ha soppresso i Lander, ov­vero gli eredi degli stati tedeschi che il secolo prima avevano dato vita alla federa­zione germanica, cancellando ogni loro potere legislativo e amministrativo e riducen­doli a territori controllati direttamente da Berlino attraverso dei governatori catapul­tati direttamente dal Reichstag.
Una delle prime mosse del regime franchista spagnolo dopo la fine della guerra civile fu la soppressione delle autonomie regionali, soprattutto quelle in vigore nei Paesi Baschi e in Catalogna. Il passo successivo fu il divieto di utilizzare le lingue locali, anche scrivere un volantino in una lingua che non fosse il castigliano era considerato reato. Inoltre vennero proibite le bandiere e i simboli identitari dei vari territori ibe­rici.
Assodata quindi l’inconciliabilità tra fascismo e libertà dei popoli, il fatto di vedere persone che si definiscono indipendentiste applaudire un tizio che inneggia al venten­nio non è fastidioso o preoccupante… è semplicemente assurdo! 
Per correttezza non ci siamo mai immischiati nelle vicende di Veneto Stato, ma la vi­sta di simili scene ci fa pensare che il partito abbia fatto una mossa sensata nel dare una ripulita al suo interno. Il vero indipendentismo veneto ne uscirà più rafforzato e più sano.  

Unità Popolare Veneta
Comitato Direttivo 

mercoledì 1 febbraio 2012

UPV OSPITE DI VENETO STATO

Di seguito l'intervento del portavoce di Unità Popolare Veneta al congresso di Veneto Stato, tenutosi il 22/01/2012 a Vicenza.


Inizio questo intervento ringraziando Veneto Stato per l’invito a parteci­pare al pro­prio congresso, un fatto molto importante, tenendo conto delle nostre diverse impo­stazioni ideologiche.
Importante, in quanto noi di UPV riteniamo che sia necessario unire i movimenti indipendentisti in un fronte trasversale alla politica e alla società, perché la lotta per l’autodeterminazione delle Venezie non può interessare un solo schiera­mento politico, o una sola categoria sociale.

Credo che tutti noi siamo consapevoli del fatto che il declino dello stato italiano è ir­reversibile e che l’indipendenza sarà l’unica via di salvezza per i territori del nord est. Purtroppo, però, la maggiorparte dei nostri compa­trioti ancora non se ne rende conto e continua ad affidare ai politici filoita­liani la propria rappresentanza e il proprio futuro.

Altri ancora si ostinano a confidare in un partito che, in mancanza di ri­scontri reali al proprio operato, non ha saputo fare altro che rifugiarsi in una nazione inventata e nei suoi miti ‘fantasy’. Per questo i movimenti co­sidetti ‘venetisti’ devono collaborare tra loro per diffondere il verbo sepa­ratista in tutti i settori della società e per promuovere la nostra identità na­zionale ad ogni livello, alla faccia dei continui tentativi di omolo­gazione culturale operati dagli italianisti.

La nostra priorità deve essere risvegliare il popolo veneto, togliergli l’ovatta tricolore dalle orecchie, levargli le fette di salame padano dagli occhi. Perché, se è vero che le rivoluzioni partono dalle avanguardie, è al­trettanto certo che senza l’appoggio del popolo esse non si compiono. Il momento è favorevole, lasciarcelo sfuggire sarebbe criminale.
Pericolo tutt’altro che remoto, visto che negli ultimi anni abbiamo assistito alla dis­soluzione di tutti i movimenti indipendentisti nati dalla rabbia e dalla delu­sione dei veneti. Dissoluzione dovuta soprattutto a personalismi di gente interessata principalmente al proprio piccolo tornaconto, gente per cui la proprietà è più importante dell’individuo e quindi del popolo.
Noi come UPV siamo pronti, da sinistra, a fare la nostra parte per la pa­tria… quella vera, naturlamente.

Dobbiamo altresì volgere il nostro sguardo anche oltre i confini del nostro territorio. In molte parti dello stivale si vivono fermenti separatisti, nuovi movimenti di libera­zione stanno nascendo a fianco di quelli storici di Sar­degna e Sud Tirolo. Pensate a cosa è successo negli ultimi giorni in Sicilia. I siciliani hanno capito che quando ci si confronta con lo stato italiano bi­sogna fare la faccia cattiva, non come certi governa­tori, i quali, quando vanno a Roma per elemosinare fondi che gli spettano di diritto, sembrano Oliver Twist che chiede al suo padrone “Per favore, mi dà dell’altra zuppa?” e in risposta riceve solo bastonate!
Con questi movimenti dobbiamo dialogare e collaborare, in quanto, a pre­scindere dalla latitudine, abbiamo lo stesso obiettivo: la fine della dittatura unitaria!

Importanti sono anche i contatti col resto d’Europa, soprattutto con quelle realtà sto­ricamente impegnate nelle lotte per l’autodeterminazione dei pro­pri territori, che poco o nulla sanno della nostra situazione e a cui viene fatto credere che in Veneto esiste solo la Lega.
Il Veneto deve entrare ne­cessariamente in quella che potremo chiamare l’Internazionale Indipen­dentista, visto che storicamente la maggiorparte dei movimenti di libera­zione nazionale sono di ispirazione socialista. Se così non fosse, in tutta Europa il Leone Marciano conti­nuerà ad essere associato ai padani e ai loro deliri. Per non parlare dell’importanza della solidarietà tra popoli in lotta, che, anche a distanza di migliaia di chilometri, può far sentire tutto il suo peso. 

Concludo lanciando un monito: lo stato italiano è un pachiderma mori­bondo, ma sono in molti, per interesse, ideologia o semplicemente per mera ottusità, a non volersi ras­segnare alla sua fine. Più la nostra marcia verso la libertà diventerà travolgente, più questa feccia collaborazionista ci attaccherà a tutti i livelli. Verrà il momento in cui non potremo più per­metterci di andare troppo per il sottile, verrà il momento in cui dovremo andare oltre le regole imposte dallo stato italiano. Sarà opportuno che ciò venga tenuto bene in considerazione, da tutti.

sabato 22 ottobre 2011

LEZIONI DI IPOCRISIA DA UN PAESE IN DECLINO

Non crediamo ci sia bisogno di spiegare cosa è successo il 15 ottobbre a Roma, visto che le immagini hanno fatto il giro del mondo, noi preferiamo soffermarci sul dopo, sulle prese di posizione riguardo a tali episodi. E purtroppo, per l’enneima volta, ci troviamo davanti a uno squallido teatrino fatto di prese di distanza, condanne e auto­assoluzioni. Ma andiamo con ordine.
Partiamo dallo stracciarsi le vesti dell’intera classe dirigente italiota, stupita e scioc­cata dalle immagini di piazza San Giovanni. Ma come? Prima il governo, l’opposizione, le parti sociali e le lobbies economico-finanziarie confezionano una bomba sociale con tanto di innesco, poi si meravigliano quando qualcuno preme il pulsante del detonatore! Cari timonieri di questo Titanic chiamato Italia, pretendavate forse di fottere il presente e il futuro di milioni di persone e cavarvela con qualche maledizione? Sicuramente no. Lorsignori sanno benissimo quello che sta succedendo, perché neanche il più sprovveduto dei politicanti può pensare di radere al suolo diritti e spe­ranze in cambio di un sorriso e di una pacca sulla spalla, neanche il più insulso dei governanti può pensare di mettere un’intera generazione all’angolo senza che una parte di questa si rivolti violentemente al proprio destino.
Una menzione a parte, tra le novelle ‘Maria Goretti’ della politica italiota, lo meritano i partiti della cosidetta ‘sinistra radicale’ e l’Italia dei Valori, che prima hanno tentato di mettere il cappello sulla manifestazione e su tutto il movimento degli ‘indignati’, poi, quando la situazione gli è esplosa in faccia, si sono affrettati a prendere le di­stanze e condannare tutto e tutti, invitando anche alla delazione. L’ex gendarme Di Pietro si è superato invocando addirittura le leggi speciali in vigore negli anni ’70. Chiamiamole reminescenze…
E veniamo ai nostri ‘Indignados’. A noi sembra che il loro unico progetto politico sia quello di mandare a casa il governo in carica, come se D’alema, Bersani, Vendola e Di Pietro potessero rimettere in sesto questo baraccone di paese imminente al crollo. Infatti, come già detto, l’opposizione ha tentato di fare proprio questo eterogeneo movimento, infiltrandolo con le proprie organizzazioni giovanili e con i propri tenta­coli sociali (associazioni e sindacati di partito). Non ci sembra che negli altri paesi gli ‘indignados’ siano stati così strumentalizzati, nello stato spagnolo hanno addirittura attaccato il governo di centrosinistra (sono forse tutti franchisti?!?). Probabilmente fra non molto non sentiremo più parlare di loro, non appena cambierà il governo divente­ranno ingombranti e difficilmente gestibili, visto che probabilmente il centrosinistra sarà costretto a perpetuare le politiche socialmente distruttive dei berluscones, e così semplicemente spariranno dai notiziari e di conseguenza dalle piazze. Nel frattempo anche loro hanno preso le distanze dagli scontri, probabilmente pensano di cambiare il mondo tenendosi per mano e distribuendo margherite.
Chiamiamola ingenuità…
Ma nel mazzo degli ipocriti il posto d’onore spetta ai sudditi italioti, anche loro scan­dalizzati e in vena di esecuzioni sommarie. Permetteteci di porvi una domanda: quante volte con i colleghi di lavoro, con gli amici al bar, con i vostri familiari avete sentito pronunciare frasi come “bisognerebbe far saltare il parlamento”; “i politici dovrebbero essere messi al muro”; “qui ci vuole una rivoluzione”? Probabilmente frasi simili sono uscite anche dalle vostre labbra… E adesso, che qualcuno prova a mettere in pratica i vostri sogni proibiti, voi vi indignate e andate dietro alla vulgata mass-me­diatica del criminale comune, del teppista infiltrato, del delinquente organiz­zato! Forse vi siete troppo abituati a stare a novanta gradi e vedendo qualcuno con la schiena dritta lo sentite lontano e nemico, con sudditi come voi la perpetuazione della casta è garantita.
Chiamiamola rassegnazione…
Parliamo poi dei ‘black bloc’. Chiariamo subito che per noi dietro ogni azione ci deve essere un progetto politico-sociale, quindi non crediamo nel vandalismo gratutito e nel sem­plice ‘dagli allo sbirro’ comune a molti di quelli che si aggregano ai ‘neri’. Detto questo, la maggiorparte dei neri è di estrazione anarchica e si prefiggono lo scopo di abbattere gli stati e il capitalismo partendo dai loro simboli, perciò sono gli unici ad aver tenuto fede ai loro valori in maniera tanto determinata da far dubitare del fatto che fossero italiani.
Chiamiamola coerenza…
Per finire, siete proprio sicuri che tutti quelli che combattevano per le strade di Roma fossero black bloc? Abbiamo il fondato dubbio che oramai i ‘neri’ siano diventati il paravento dietro cui nascondere le rivendicazioni, il malessere e la rabbia di molti sudditi, non solo giovani. Il black bloc sta alle manifestazioni come gli ultras stanno al calcio: se succedono dei casini durante un corteo sono stati i ‘soliti 300 incappuc­ciati’, se il casino succede allo stadio sono stati i ‘soliti 50 facinorosi’. Creare il mo­stro, l’alieno fuori dalla società, è sempre stato un buon metodo per esorcizzare il di­sagio e il fallimento di modelli sociali sempre più esclusivi e alienanti, perché spa­venta l’idea che chi assalta la polizia può essere il garzone del fornaio che vi serve ogni mattina o il figlio della vicina, o magari il vostro!
Chiamiamola paura fottuta…  

martedì 30 agosto 2011

NÉ TRICOLORE NÉ SOLE ALPINO

Il diciotto settembre migliaia di persone marceranno sulle strade di Vene­zia sventolando le bandiere di una nazione che non esiste, non è mai esi­stita e non esisterà mai. Uno stato inventato, uno stato che sembra partorito dalla mente di un Gran Dragone del Ku Kux Klan e i cui sostenitori non sono da meno.
Per contro, nello stesso giorno, altre persone risponderanno sventolando le bandiere di uno stato che in 150 anni ha prodotto una delle monarchie più vili e sanguinarie d’Europa, una dittatura altrettanto sanguinaria e una re­pubblica che nel tempo si è rivelata la mera continuazione del ventennio che l’ha preceduta. Uno stato autoritario e arrogante, ormai inesorabil­mente avviato al collasso a causa della sua cialtroneria.
Noi di Unità Popolare Veneta non crediamo in queste finte nazioni, cre­diamo invece nell’autodeterminazione e nell’autogoverno dei popoli, nel rispetto delle differenze storiche e culturali di ciascuno, crediamo nella so­lidarietà tra le diverse nazioni della penisola e nel fatto che lo stato italiano sia il vero freno alle potenzialità dei vari territori.
Lo squallido palio delle bandiere che, per un giorno, trasformerà la città simbolo dei veneti in un volgare circo è solo il canto del cigno di un si­stema che stà morendo. Il futuro non appartiene ne alla farsa padana, ne a quell’autentico incubo chiamato stato italiano, il futuro appartiene ai nostri po­poli!






AUTOGESTIONE
AUTODETERMINAZIONE
LIBERTA'
PER I POPOLI ITALICI

lunedì 8 agosto 2011

INTERNAZIONALISMO E INDIPENDENTISMO


 Ma cos’è l’internazionalismo operaio? Forse esso richiede agli operai di una na­zione divisa e oppressa di rinnegare i propri diritti nazionali per fraternizzare con quelli della nazione dominante? No, di certo.
Internazionalismo operaio significa solidarietà di classe espressa nel mutuo appog­gio tra lavoratori di diversi paesi nel rispetto della identità nazionale di ognuno.
Josè Miguel Beñaran Ordeñana “Argala” (1949 – 1978)

L’estratto di questa riflessione del leader del movimento indipendentista basco fu dettata dal completo disinteresse alla causa basca del partito comunista spagnolo, che additava gli indipendentisti come nazionalisti piccolo borghesi.
Tuttora capita spesso che una certa sinistra italiana, sia parlamentare che extra-parla­mentare, legata più ai ricordi del passato che al presente, accusi il venetismo sociali­sta come il nostro o in generale l’indipendentismo di qualsiasi altro paese, di mancare di internazionalismo, indi per cui “pepe sugli occhi”.
Crediamo che la riflessione data dal compagno basco possa essere la migliore rispo­sta che ognuno di noi può dare a chi ancora dubita che un popolo abbia il diritto di autodeterminarsi ed essere libero di esprimere la propria tradizione linguistica e cul­turale, dettata da centinaia di anni di storia passata che, come nel caso del Veneto, uno stato canaglia si è permesso di cancellare, prima dai libri di storia e poi dalle menti e dai cuori della gente, colpevolizzando e colpendo chi attua una revisione sto­rica della falsa unità italiana.

Per evitare futuri scontri ed eliminare incomprensioni e divisioni tra il popolo veneto e chi si sente italiano bisogna attuare un processo di avvicinamento e comprensione da ambo le parti, facendo capire che in nessuna maniera rinunceremo alla nostra identità di popolo veneto e che noi non attuiamo alcuna discriminazione di tipo raz­ziale o antimeridionalista e che la solidarietà e l’appoggio a chi lotta per una giusta causa, come il diritto al lavoro, non mancherà mai, qualsiasi sia la sua etnia o nazio­nalità.
Ci auguriamo che i popoli italici e di tutto il mondo possano risvegliarsi, ribellarsi e liberarsi dallo stato che li opprime.
Questo è il nostro internazionalismo.




VIVA SAN MARCO
UNITA’ POPOLARE VENETA

martedì 7 giugno 2011

REFERENDUM: QUATTRO SI PER LA PATRIA VENETA

Il 12 e 13 giugno i popoli italici sono chiamati al voto referendario, una delle poche occasioni in cui i sudditi dello stato italiano hanno un reale potere decisionale sulle scelte delle cosche che si succedono al governo di questo Pianeta delle Scimmie chiamato italia. I quesiti sono quattro e hanno un notevole impatto sia sul territorio che sulla casta italiota, pur non avendo nessuna fiducia sulla possibilità di una qualche redenzione, e ancora meno su quelle di salvezza, del ‘belpaese’, abbiamo deciso di invitare i nostri simpatizzanti al voto e di dare un indirizzo ben preciso allo stesso, indirizzo che andiamo ora a motivare.

Quesito 1 (scheda rossa), privatizzazione dell’acqua. Voto SI
Perché l’acqua è una delle risorse collettive che appartengono al territorio e quindi al popolo, deve restare pubblica e non finire nelle mani di avidi speculatori. Inoltre nei comuni dove l’acqua è stata privatizzata i costi sono aumentati anche di dieci volte.

Quesito 2 (scheda gialla), possibilità per i gestori del servizio idrico di aumentare a piacimento la bolletta. Voto SI
Ci sembra che ogni ulteriore motivazione sia superflua…

Quesito 3 (scheda grigia), costruzioni di centrali nucleari. Voto SI
Perché il nucleare sta per essere abbandonato da tutti i paesi europei, perché la storia ci insegna che non esistono centrali sicure, perché non si saprebbe dove sistemare le scorie, perché il futuro è l’energia rinnovabile, perché il Veneto appartiene ai veneti e non allo stato italiano, che non può e non deve decidere, al di sopra della volonta popolare, di piazzare una bomba a orologeria nel nostro territorio.

Quesito 4 (scheda verde), legittimo impedimento. Voto SI
Perché, pur non avendo la minima fiducia nella giustizia italiana, non possiamo permettere ai capi cosca che si alternano alla guida dello stato di allargare a dismisura i confini della loro proverbiale impunità.

IL 12 E 13 GIUGNO ABBIAMO
L’OCCASIONE DI FAR PESARE
LA NOSTRA VOCE
NON SPRECHIAMOLA

UNITA’ POPOLARE VENETA
COMITATO DIRETTIVO

domenica 24 aprile 2011

25 APRILE, FESTA DOPPIA PER I VENETI!

Fin da piccoli ci è stato insegnato che il 25 aprile si festeggia la liberazione dal nazi­fascismo, quasi nessuno però sa che lo stesso giorno si festeggia San Marco, patrono di Venezia e simbolo del Popolo Veneto. Infatti il Leone alato che campeggia sulla bandiera veneta non è altro che la rappresentazione dell’angelo che accolse il santo nella Laguna.
Due avvenimenti importanti per noi, da un lato le celebrazioni per la parziale libera­zione del nostro territorio dal fascismo italiano, dall’altro una ricorrenza fondamen­tale per l’identità della nostra gente. Due avvenimenti che qualcuno ha tentato di mettere in contrasto tra loro per squallidi interessi politici, come se un veneto non do­vesse riconoscere il valore della lotta partigiana e un antifascista non potesse indenti­ficarsi coi simboli della sua terra. Squallore allo stato puro, come già detto. Ma per­ché parliamo di liberazione ‘parziale’? Semplice, basta pensare a quali sono le princi­pali caratteristiche del regime fascista, ovvero arroganza, prepotenza, ignoranza e cialtroneria. Poi pensiamo a quali sono le principali caratteristiche dell’apparato sta­tale italiano…
Non ci vuole molto per capire che il fascismo italiano non è morto, ma si è dato solo una ripulita, e neanche tanto a fondo. La liberazione non sarà completa fino a quando i popoli italici non saranno liberi di autogovernarsi secondo la propria cultura, la pro­pria storia e le proprie consuetudini. Ciononostante la Resistenza è stata forse uno dei pochi momenti decenti degli ultimi 150 anni e per questo merita di essere ricordata, indipendentemente dai significati che i nazionalisti italiani di destra e di sinistra vo­gliono darle, e come veneti è giusto affiancarle la ce­lebrazione di San Marco, in modo da far capire anche ai più stolti che queste due ri­correnze sono complementari e non divergenti tra loro. Certamente ci sarà chi griderà allo scandalo, ma si tratta di persone e movimenti ormai sorpassati dagli eventi e che sono destinati a finire nel sottoscala della Storia.

VIVA IL VENETO LIBERATO
VIVA SAN MARCO

Unità Popolare Veneta
Comitato Direttivo 

giovedì 21 aprile 2011

COLONIZZAZIONE ALL'AMATRICIANA

Oramai solo i beoti e coloro che hanno interessi legati all’occupazione possono ne­gare la situazione in cui si trova il veneto, ovvero quella di una colonia dello stato italiano. Episodi più o meno eclatanti si susseguono senza soluzione di continuità da troppo tempo per non essere collegati da una precisa strategia, tesa a sradicare ogni traccia dell’identità veneta dai nostri territori.
Ultimo in ordine di tempo l’azione di­sciplinare intrapresa da una dirigente scolastica italiana nei confronti di un professore veneto, reo di aver portato in classe un gonfa­lone della Repubblica Veneta durante una lezione sugli evangelisti, allo scopo di spiegare il legame tra San Marco e Vene­zia. Gli studenti, incuriositi, hanno voluto saperne di più e il discorso è virato sulla storia della Serenissima, alla fine gli stessi studenti hanno voluto appendere la ban­diera in classe. Quando alcuni illuminati pro­fessori hanno visto lo stendardo sono immediatamente corsi a piangere dalla preside, la quale ha convocato il docente inti­mandogli di presentare un documento scritto per giustificare il suo comportamento, avver­tendolo che a scuola non bisogna parlare della storia della Repubblica di Venezia e di tutto ciò ad essa correlato. Alla fac­cia della libertà insegnamento!
Ma ciò che è successo all’istituto ‘Giuseppe Berto’ di Mogliano Veneto è solo la punta di un ice­berg fatto di quotidiani attentati alla nostra storia e alla nostra cultura. Lo stato ita­liano usa la scuola in modo subdolo, si punta ai ragazzi, ovvero al futuro, si vieta loro di parlare in veneto, si nasconde loro storia della propria terra, si deni­grano la nostra lingua e i nostri simboli, si nega persino l’esistenza del Popolo Ve­neto, presente da 3000 anni in queste terre. Il tutto con l’appoggio di interessati colla­borazionisti. Qualche esem­pio: a Venezia la giunta co­munale ha festeggiato alla grande i 150 anni di occupa­zione, ma ha ‘dimenticato’ di celebrare i 1590 anni dalla fondazione della città lagu­nare; l’assessore alla cultura (?!?) Donazzan non perde oc­casione per scagliarsi con­tro l’insegnamento del Veneto nelle scuole, voluto dalla sua stessa giunta regionale; la maggioranza dei consiglieri regionali della commissione cultura hanno votato con­tro la proposta di proporre al parlamento italiano il ricono­scimento del Veneto come lingua minoritaria tutelata dallo stato (che è come chiedere a un nazista di aprire una sinagoga).
Nostro dovere di patrioti è fare si che tutto ciò non passi sotto silenzio, nostro dovere di patrioti è risvegliare le coscienze di più gente possibile, nostro dovere di patrioti è difendere e diffondere la nostra cultura, certi che non saranno le angherie e le me­schinità degli emissari dell’occupante e dei novelli kapò a cancellare un’identità da sempre radicata nei veneti e che si sta rigenerando giorno dopo giorno. Questo perché ciò che ci propongono in cambio è uno stato votato allo sfascio, un traballante barac­cone tenuto insieme con lo sputo, la cui storia è un inno al fallimento, al tradi­mento e al sotterfugio, un apparato politico-burocratico composto da inaffidabili cialtroni le­gati tra di loro dal peggiore clientelismo.
Nessuno rinuncerebbe alle sue radici in cambio di questo laido bordello, nemmeno dei ‘polentoni’ come i veneti!



CONTRO IL COLONIALISMO CULTURALE
CONTRO L’OCCUPAZIONE ITALIANA
CONTRO I COLLABORAZIONISTI
INFORMARE, DIFENDERE, DIFFONDERE

martedì 22 marzo 2011

ULTIME GRIDA DALLA SAVANA

Il 17 marzo 2011 ha attraversato tutto lo stivale come un’onda anomala di retorica patriottarda e nazionalismo straccione, tipico di chi non ha null’altro a cui attaccarsi.
Politici, intellettuali e giornalisti fedeli a questo stato fallimentare hanno gonfiato l’evento fino quasi a farlo scoppiare, puntando tutto sul centocinquantenario della sciagurata costituzione del regno d’italia. Potremmo dire che hanno giocato il jolly portando a casa una mano facile, ma ora sono rimasti senza carte, infatti, dopo essersi tolta fondotinta e rossetto, l’italia tornerà ad essere quella di sempre. Da lunedì le bandiere verranno tolte dai balconi, bollette e cartelle esattoriali sempre più alte torneranno a riempire la cassetta postale di ogni famiglia, i notiziari torneranno a parlare di licenziamenti, aumenti, corruzione, sprechi, malaffare… il solito paese in caduta libera, ma si sa… l’importante è l’atterraggio! La rendita emozionale delle celebrazioni si esaurirà al prossimo inevitabile giro di vite sulla qualità della vita di tutti i cittadini-sudditi della repubblica delle banane, chissà cosa si inventeranno allora gli illuminati (e interessati) fautori dello stato italiano per convincere il popolo a mantenere i loro privilegi.

Ma veniamo a come è stato vissuto questo giorno nelle Terre del Leone. Cominciamo col dire che tutti i sindaci di tutti gli schieramenti, tra cui quelli dell’italianissima lega nord, hanno attinto a man bassa dalle casse pubbliche per addobbare di tricolori palazzi comunali e luoghi pubblici, ancora più ovviamente anche Luca ‘comandi!’ Zaia si è esibito in canti e balli a tema. Purtroppo anche molti sudditi si sono uniti alle danze, dando vita a grottesche, e a volte carnevalesche, manifestazioni di nazionalismo. Probabilmente non hanno ancora subito abbastanza furti e umiliazioni da questo stato, contenti loro… Ma la dimostrazione che il vento stà cambiando è data dal fatto che l’invito ad esporre stracci alle finestre, rivolto da prefetti e collaborazionisti alla popolazione, è stato snobbato dai più. A Padova, altrimenti nota come Zanonatograd, l’esposizione ha coinvolto indicativamente tre case su dieci, in comuni decisamente meno italianizzati le percentuali sono state ancora più infime. Evidentemente chi non può contare su stipendi e privilegi statali prova molto meno trasporto nei confronti del tricolore rispetto a chi con lo stato dà da mangiare (e bene) a tutta la famiglia.

A Padova e Verona ci sono state forti manifestazioni di dissenso nei confronti delle celebrazioni, dimostrazioni che hanno riscosso notevole consenso tra i cittadini, eccetto naturalmente i soliti nostalgici del mascellone e i loro nuovi amici ‘di sinistra’ (sic!). Il problema di occupanti e collaborazionisti è, come già detto, che di 17 marzo 2011 ce n’è stato uno e non ce ne saranno altri, ora la palla passa ai patrioti veneti che possono contare su di un alleato potentissimo: lo stato italiano con la sua inettitudine, la sua arroganza e la sua innata tendenza al fallimento!

CONTRO I FINTI MITI DI UNA FINTA NAZIONE

LIBERTÀ PER TUTTI I POPOLI ITALICI!

martedì 21 dicembre 2010

FINE IMPERO

Non è che ci voglia Nostradamus per leggere in ciò che è avvenuto il 14 dicembre l’ennesimo segno del declino di quello che dovrebbe essere uno dei principali stati europei. La giornata di martedì scorso può fungere da paradigma della situazione ita­liana, una situazione in cui non ci sono vincitori ma solo sconfitti, a parte la ‘piazza’. Per il resto ne sono usciti tutti con le ossa rotte: le istituzioni statali, i partiti politici, le sedicenti forze dell’ordine, l’Italia nel suo complesso.
Ma andiamo con ordine.
   1) Il parlamento.
Il 14 e nei giorni precedenti il teatrino, o meglio il cabaret, della politica italiota ha fatto vedere il peggio di se: un indecente mercimonio di parlamentari che saltavano da una parte all’altra degli schieramenti senza alcuna considerazione per chi li aveva eletti, una pantomima che ha fatto perdere a Montecitorio anche quel poco di credibi­lità che gli era rimasta. Ora sarà curioso vedere chi avrà il coraggio di legittimare ul­teriormente candidati che hanno dimostrato di sapersi vendere meglio di una mere­trice del porto di Amburgo…
  
2) I partiti.
Anche qui è una bella gara a chi si è fatto più male. Cominciamo col terzo polo, un’accozaglia demo-clerico-nonsisacosa che doveva essere la novità dell’anno e che invece ha dimostrato la saldezza di una ricottina fresca, con buona pace del parti­giano Fini.
Il cosidetto centrosinistra, tanto per cambiare, si è dimostrato di un’inconsistenza po­litica quasi penosa, andando al traino degli ex alleati del cavaliere e affidando a loro il merito di un’eventuale riuscita della spallata decisiva. Dei veri maestri dell’autolesionismo! Ma, come diceva Al Pacino in un famoso film, che te lo dico a fare…
E veniamo a Berlusconi, che ha vinto con un margine che potremmo definire ‘pro­diano’, con tutto ciò che ne consegue per il prosieguo della legislatura. Come se non bastasse adesso il Silvio nazionale si troverà con un tot di parlamentari pronti a far la fila per batter cassa. Hanno iniziato i deputati della Sudtirol Volkspartei, gli unici a non vendersi per vil denaro ma per più autonomia alla loro terra, infatti prossima­mente la Provincia Autonoma di Bolzano gestirà la parte di Parco dello Stelvio si­tuata in territorio tirolese e gli agenti della polizia di stato che svolgeranno la loro at­tività in Sud Tirolo saranno quasi tutti di lingua tedesca, più altre cosucce tipo l’obbligo di conoscere il tedesco per gli impiegati dei tribunali e di altri uffici statali (‘Prima il Veneto!’ vero Zaia?). Gli unici a fare gli ubbidienti cagnolini saranno i so­liti polentoni padani, coi veneti in prima linea…
   3) Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza.
Se da un lato le istituzioni repressive dello stato sono riuscite a difendere il fortino del potere, dall’altro hanno visto il centro di Roma messo a ferro e fuoco davanti ai loro occhi, rimediandoci pure una manica di legnate degna di Asterix e dei suoi galli (pa­dani?!?). Per recuperare un minimo di autostima le sedicenti forze dell’ordine si sono poi date al loro sport preferito, ovvero il sempre in voga ‘arresto chi capita’. Il pro­blema è che le piazze non sono stadi e in queste occasioni non basta la parola di un esimio pubblico ufficiale per tener dentro una persona. Risultato: su ventitre arrestati ventidue sono stati rilasciati per mancanza di indizi. Quando si dice ‘una giornata storta’…
   4) Il presidente della repubblica.
Chi l’ha visto? Napolitano è letteralmente sparito dagli schermi e dai giornali. Dopo tutto bisogna capirlo, da settimane invoca moderazione e rispetto per le istituzioni e il prodotto di tutti i suoi sforzi è stato questo immane bordello. Se non fosse il capo di uno stato che occupa le nostre terre potrebbe fare anche tenerezza…
   5) L’italia.
Ennesima ricca figura di cacca internazionale per lo stato italiano. Dov’è la novità?
E veniamo all’unica vincitrice: la Piazza!
Una piazza riempita da terremotati aquilani, lavoratori precari, abitanti delle periferie napoletane sommersi dai rifiuti della loro capitale, studenti che si avviano a perdere il diritto allo studio, operai che si avviano a perdere ogni diritto. Una piazza riempita da tutti quelli che si sentono abbandonati, raggirati, stuprati dallo stato italiano, una piazza che ha deciso da sola di presentare il conto. Guardatevi le immagini… altro che pochi gruppi di facinorosi, altro che black block, altro che professionisti della violenza! Quella di martedì era una moltitudine di gente con le palle girate, senza re­ferenti a palazzo, proveniente da ogni angolo dello stivale e determinata a dire basta!
Per concludere, se ciò che è successo a Roma non è stato la ‘Presa della Bastiglia’, si è trattato comunque dell’ennesimo segnale, le nere nuvole di fumo che si alzavano in cielo dai blindati in fiamme hanno disegnato oscuri presagi per i manovratori del Ti­tanic-italia: i giorni della repubblica delle banane stanno finendo.

mercoledì 24 novembre 2010

Unità Popolare aderisce alla manifestazione del 4 dicembre in difesa delle risorse collettive.


Viviamo nell’epoca della privatizzazione ad ogni costo, in­seguendo il grande Incubo Americano l’establishment poli­tico-finanziario italiota sta facendo a pezzi la società sven­dendone parti sempre più importanti ai privati. Noi di Unità Popolare Veneta, pur essendo favorevoli alla libertà d’impresa (naturalmente vincolata al rispetto dei diritti e dell’ambiente), riteniamo che ci siano delle risorse inalie­nabili che ap­partengono alla Comunità Veneta: ACQUA, ENERGIA, SANITÀ, ISTRUZIONE, STATO SOCIALE devono re­stare pubbliche ed essere amministrate localmente dai rap­presentanti dei cittadini.
Affidare le risorse collettive ai privati significa vendere il futuro di tutti i veneti

NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DEL TERRITO­RIO

NO ALLA SVENDITA DEI DIRITTI

NO AL NUCLEARE IN VENETO

 

IL 4 DICEMBRE MANIFESTIAMO A VENEZIA IN DIFESA DELL'ACQUA PUBBLICA


Unità Popolare Veneta
CDP

 

giovedì 28 ottobre 2010

SOCIALISMO, IDENTITA’ NAZIONALE E AUTODETERMINAZIONE? SI PUO' FARE!

Una nazione è un complesso di persone che, avendo in comune caratteristiche quali la storia, la lingua, il territorio, la cultura, si identifica in una comune identità a cui essi sentono di appartenere, legati da un sentimento di solidarietà. È questa co­scienza di un'identità condivisa, diffusa a livello di massa, che rende una comunità etnica, culturale, politica una nazione.

Potrebbe sembrare un’eresia sentire un movimento di ispirazione socialista parlare di ‘identità nazionale’, almeno a questo ci ha abituato la retorica universalista della sini­stra tradizionale, ma proprio questa retorica ha contribuito ad affossare chi se ne fa­ceva paladino. Infatti uno dei più gravi errori del comunismo fu quello di voler im­porre a tutti i popoli lo stesso modello sociale, senza tener conto delle diverse culture e storie dei vari territori. Secondo noi di Unità Popolare Veneta, invece, è necessario tener conto dell’identità e delle particolarità delle diverse nazioni, perché inevitabil­mente una forma di socialismo che può essere funzionale nei paesi dell’Est Europa troverebbe terreno meno fertile nel mondo anglosassone, così come un modello ap­plicabile in Estremo Oriente verrebbe quasi sicuramente rifiutato nei paesi latini.
Secondo noi non c’è nulla di eretico nel difendere la propria identità e nel basarsi su questa per creare un proprio modello di socialismo, questo percorso è stato intrapreso da altri movimenti prima del nostro in tutto il mondo, basti pensare allo zapatismo messicano e al bolivarismo sud americano oppure, restando in europa, all’indipendentismo Basco, catalano e corso, in cui sono presenti fazioni con una forte connotazione a sinistra.
Per quanto riguarda i nostri territori, riteniamo che il modello più prossimo alla nostra cultura sia il socialismo libertario, che vede come pilastri la difesa della libertà in­dividuale e il perseguimento della giustizia sociale. La libertà individuale dovrebbe ri­guardare tutti gli aspetti della vita sociale della persona, dalla religione all’orientamento sessuale, dalla libertà di espressione a quella di impresa. Infatti rite­niamo giusto che chiunque abbia la possibilità di utilizzare le proprie conoscenze, competenze e capacità per ottenere un riscontro economico e professionale. Ma que­sta libertà và coniugata con la giustizia sociale, ovvero la difesa dei diritti civili, il ri­spetto dell’ambiente e la tutela delle risorse collettive (sanità, istruzione, acqua, ener­gia, etc.). Giustizia sociale significa anche costruire uno stato equo, con un forte welfare state che consenta a tutti i cittadini di vivere in condizioni dignitose.
Il socialismo libertario persegue anche l’autogestione dei territori e il decentramento dei poteri, fattore che si potrebbe adattare alla vocazione ‘comunale’ del Veneto, dove l’autonomia delle varie municipalità viene vista con molto favore.
La lotta per l’autodeterminazione si inserisce giocoforza nel percorso verso la crea­zione di uno Stato Veneto basato su giustizia, libertà e autonomia, infatti il morente pachiderma italico si sta rivelando in tutta la sua iniquità e arroganza, ponendosi come una barriera tra i popoli dello stivale e il loro progresso sociale ed umano. I bu­rocrati di Roma, le loro filiali periferiche e le loro clientele stanno saccheggiando ciò che resta di quello che era la repubblica italiana nell’inutile tentativo di mantenere lo status quo, ma il baraccone è talmente marcio che tra non molto basterà un calcio alla porta per far crollare tutta la casa e il futuro sarà inevitabilmente l’autogestione dei territori. Gli stati sovranazionali divente­ranno velocemente parte della storia passata e ogni nazione dovra trovare la propria via al socialismo.
In conclusione, la sintesi tra applicazione di un modello socialista, la difesa dell’identità veneta e la lotta per l’autodeterminazione delle Venezie non solo è pos­sibile, ma è anche auspicabile, soprattutto nella prospettiva di un’Europa dei popoli liberata dagli elefantiaci e obsoleti stati sovranazionali e con l’Unione Europea nel ruolo di coordinatrice tra gli stati-nazione che ne faranno parte. 

Unità Popolare Veneta
CDP     



giovedì 7 ottobre 2010

Chi ha paura delle parole

Il collaborazionismo è un fenomeno sociale e politico connesso alle vicende di go­verno di un paese occupato militarmente da una potenza straniera, che vi organizza una classe dirigente totalmente asservita ai propri interessi.
Esso consiste nell’organizzazione di una struttura di controllo sociale, in modo da creare un collegamento tra la potenza occupante e la popolazione assogettata. Tale struttura di controllo sociale è composta da elementi etnici locali, e si articola se­condo uno schema piramidale che riproduce quello tipico di un normale apparato statale, dotato quindi di propria burocrazia e autonome regole di funzionamento, e che va da un vertice fino ad una base operativa costituita da elementi inseriti nelle va­rie classi sociali con funzione spionistica e delatoria, che assicurano il controllo e la repressione dei moti eversivi che possono turbare l’ordine imposto dagli occupanti. (cit. Wikipedia)

In queste poche righe è riproposta la funzione del governo regionale veneto e dei partiti italiani che vi operano, comprese le loro propaggini cultural-sindacali. Che i referenti di questi partiti prendano ordini da Roma o Milano conta poco, l’importante è mantenere lo status quo, che vede il Popolo Veneto nelle vesti di mansueta mucca da latte dello stato italiano. In questa ottica si inquadra la continua opera di demoli­zione dell’identità storica, culturale, linguistica e territoriale dei veneti, piccoli e grandi oltraggi che la nostra gente continua a subire da decenni, indipendentemente dallo schieramento politico che detiene la maggioranza. Si va dalle polemiche sull’esposizione del gonfalone di San Marco in piazze e stadi, alla legge varata dal morente governo Galan, che impegna il Veneto a sostenere le politiche nucleari dello stato, con evi­denti ricadute sulla scelta dei siti per le nuove centrali.
L’ultima impresa dei collaborazionisti veneti ha però tutt’altro significato, il voto contrario da parte della commissione cultura del Consiglio Regionale alla proposta presentata da Mariangelo Foggiato di inserire anche il Veneto fra le lingue tutelate dallo stato italano è un attacco diretto a uno dei pilastri portanti di ogni nazione, in­fatti l’effettiva esistenza di una nazione si basa su di una lingua comune, un territorio di insediamento ben definito e una comune identità storica e culturale. Basti pensare all’importanza che la lingua ha per baschi, catalani, sardi e corsi, nella loro lotta per l’autodeterminazione. Ai curdi il governo della Turchia, aspirante ‘europea’, ha addi­rittura vietato l’uso della lingua in riunioni pubbliche, divieto vigente anche per ba­schi e catalani durante il franchismo. Questo dovrebbe dare l’idea della gravità di questo sabotaggio.
Ma leggendo attentamente il voto si capisce che ci sono due moventi per questo squallido comportamento: da una parte il furore italianista di un centrosinistra che ha scatenato una caccia alle streghe nei confronti di ogni richiamo all’identità veneta, dalle bandiere, alle feste popolari, alla lingua. Dall’altra una prova di forza dei berlu­scones, i quali han fatto capire allo ‘yes man’ Zaia che senza di loro non si governa. Una prova di forza giocata su uno dei punti di riferimento della nostra terra, e que­sto indica il grado di attenzione degli azzurri (mai nome fu più azzeccato) nei con­fronti della nostra gente.
Ma, se fino ad ora il popolo bestemmiava al cielo contro la figura generica del ‘poli­ticante’, in questo caso ci sono i nomi dei colpevoli di questo scempio:

Contrari: Laroni PdL, Franchetto IdV, Fasoli PD
Astenuti: Causin PD, Teso PdL, Tesserin PdL, Bond PdL, Sinigallia PD
(in questa commissione l’astensione vale come voto contrario)

Da oggi chi collabora con lo stato italiano contro le aspirazioni dei veneti alla libertà e alla giustizia sociale avrà un nome, e saprà il popolo come considerare questa gente.

UNITA' POPOLARE VENETA
CDV

martedì 21 settembre 2010

Il Popolo Veneto oggi

L'autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristi­che e tradizioni della sua storia.

Questo è un brano dell’articolo 2 dello Statuto Veneto, redatto nel lontano 1971, in cui viene esplicitamente citato il Popolo Veneto. Probabilmente se lo statuto fosse stato scritto negli ultimi anni le parole ‘Autogoverno’ e soprattutto ‘Popolo Veneto’ avrebbero scatenato un uragano di accuse, recriminazioni e isteriche prese di posi­zione in difesa di un’inesistente unità nazionale. Invece, quasi quarant’anni fa, la bozza venne accettata senza battere ciglio dal parlamento romano, che in questo modo certificò ‘costituzionalmente’ l’esistenza di un popolo chiamato ‘veneti’ for­malmente, oltre che di fatto, diverso da quel ‘popolo italiano’ citato da tutti gli altri statuti, eccetto (c’era da scommeterci!) quello sardo.
Ma cos’è oggi il Popolo Veneto e cosa significa per Unità Popolare Veneta questo termine? Per molti bisogna fare riferimento alle origini delle persone che vivono nel nostro territorio, una sorta di Diritto di sangue fuori tempo massimo, altri confondono l’appartenere a un popolo con la semplice cittadinanza, altri ancora vorrebbero esten­dere il concetto a tutti i residenti, anche se temporanei, applicando una forma distorta del Diritto di suolo.
Noi abbiamo una concezione diversa di Popolo Veneto. Non prendiamo minima­mente in considerazione elucubrazioni mengeliane su genotipi e fenotipi, aberranti dal punto di vista umano e assurde dal punto di vista logistico, in quanto il Veneto non è un’isola e nemmeno una regione sperduta nella steppa, ma un territorio di pas­saggio, di cultura e di mercati nel bel mezzo dell’Europa, quindi esposto a contami­nazioni di ogni genere. Le uscite da parodia del Ku Kux Klan le lasciamo a ometti di verde bardati.
Anche la confusione tra Popolo Veneto e cittadini italiani non ci appartiene, perchè non ci riconosciamo nello stato italiano e la cittadinanza di un’entità occupante per noi non significa assolutamente nulla. Allo stesso modo un’estensione abnorme del Diritto di suolo annullerebbe l’idea stessa di popolo, in quanto la mera residenza con­sentirebbe di farne parte.
Per UPV far parte del Popolo Veneto significa identificarsi con la cultura, i costumi e la lingua dei veneti. Per fare ciò non occorre il pedigree padano-celtico, la cittadi­nanza italiota o la pelle candida, basta la giusta dose di rispetto per la comunità, per il territorio e per se stessi, basta raccogliere l’eredità di tremila anni di storia e farla propria. Ci sono molti invertebrati dai cognomi venetissimi che passano le giornate a riempirsi il naso di polverine magiche e ad evitare qualsiasi tipo di fatica manuale ed intellettiva, altri che in nome del profitto sfruttano e saccheggiano risorse umane e ambientali del territorio, questi sono molto meno veneti dei vari Azim, Nikolaj, Jose e Salvatore che lavorano o studiano sodo per costruirsi un futuro nella nostra terra e contribuiscono allo stesso tempo a farla crescere socialmente ed umanamente.
Questo è il nostro concetto di Popolo Veneto.


"Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato, costituisce un popolo.
Ogni popolo ha il diritto di identificarsi in quanto tale.
Ogni popolo ha il diritto ad affermarsi come nazione."

Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli
(CONSEU – Barcellona, 27 maggio 1990)

mercoledì 15 settembre 2010

Il palio delle bandiere

Anche quest'anno la nostra capitale è stata oltraggiata dal raduno annuale della Lega Nord, col suo solito mix di paganesimo a basso costo, ignoranza belluina e promesse scritte sulla sabbia. In questa occasiose si sono mossi anche dei comitati "spontanei" di protesta che hanno distribuito centinaia di bandiere tricolori a chiunque ne facesse richiesta, certo che per essere spontanei questi comitati erano ben organizzati e ancora meglio foraggiati (domanda: dov'erano negli ultimi 14 anni?!?).
La gita in laguna dei padani si è così trasformata in un palio delle bandiere degno dei migliori carnevali, stracci verdi contro stracci tricolori, simboli di una nazione che non esiste sventolati da gente ingenua (per voler essere buoni) contro simboli di uno stato occupante sventolati da gente ottusa (per voler essere magnanimi).
Certo che legaioli e centrosinistrati un risultato l'hanno ottenuto di sicuro: l'italia è stata veramente unità, infatti, anche se solo per un giorno, Venezia è stata uguale a Napoli...
                                        

                     Na strasa...                                                                      N'altra strasa!      

lunedì 13 settembre 2010

DISPONIBILE ANCHE IL SITO!!!

Dalla scorsa settimana una parte dell'attività del blog si è trasferita al nuovo sito di UPV all'indirizzo: unita.tk